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All posts by Francesco

La visita urologica, un appuntamento da non mancare nel calendario della prevenzione

Quando si parla di prevenzione nell’uomo, la visita urologica, a partire da una determinata età, dovrebbe essere considerata quasi un passaggio necessario data l’importanza che andremo ad esplicitare con questo post. Eppure, i dati che vengono forniti dalla Società Italiana di Urologia (SIU), parlano di solo un 10-20% di uomini che si sottopongono a questo controllo per motivi legati alla prevenzione.
Le cause di questa poca propensione a farsi visitare sono riconducibili ad una sottovalutazione dell’importanza della visita, correlata ad una situazione di imbarazzo durante lo svolgimento della visita stessa.

Uno degli argomenti più trattati in campo urologico sono i problemi che hanno origine dalla prostata e che hanno un’incidenza sempre maggiore con l’avanzare dell’età.
Questo piccolo organo, soprattutto a partire dai 50 anni in poi, inizia a subire dei cambiamenti, aumentando di volume a causa della produzione e moltiplicazione di nuove cellule di origine benigna. Questo processo, del tutto naturale, prende il nome di ipertrofia prostatica benigna.
Da qui, però, potrebbero nascere i primi problemi, quali irritazione, affaticamento della vescica durante la minzione, ma anche disfunzione erettile o alterazione dell’eiaculazione.
L’importanza della visita urologica è di mettere in atto una corretta forma di prevenzione in quanto, nel valutare la presenza di eventuali problematiche, spesso queste manifestano sintomatologie blande o del tutto assenti, sia a carico della prostata, che dell’apparato genitale maschile.

La visita se effettuata dal medico con la necessaria calma e delicatezza non risulta essere dolorosa.

Per informazioni o per prenotare una visita con il nostro urologo Dott. Fabrizio Repetti contattaci al numero 0583 327790

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Intervista al Prof. Alessandro Gringeri, ematologo al Centro di Sanità Solidale

Il Centro di Sanità Solidale prosegue il suo percorso di sviluppo e aggiunge fra le sue specializzazioni l’EMATOLOGIA, raggiungendo, ad oggi, il numero di 29 specializzazioni.
Con l’arrivo di questa nuova branca della medicina (in attivazione fra pochi giorni), diamo il benvenuto all’interno della nostra struttura al Professor Alessandro Gringeri, medico ematologo. Abbiamo avuto l’opportunità di incontrarlo al Centro di Sanità Solidale e gli abbiamo posto tre domande per scoprire di più su quello che è il suo ambito di specializzazione.

«Chi dovrebbe ricorrere all’ematologo?»

Prof. Gringeri: «L’ematologia si occupa delle malattie del sangue, cioè di qualsiasi alterazione nel numero o nell’attività delle cellule del sangue, ossia i globuli rossi, i globuli bianchi e le piastrine, o di alcune importanti componenti del plasma, come i fattori della coagulazione e le immunoglobuline.
Quando si dovesse riscontrare un aumento o una diminuzione delle cellule del sangue, è importante accertarne le cause: alcune di queste hanno semplici e definitive cure, altre purtroppo no, ma una diagnosi precoce aiuta.
Inoltre, tutti i pazienti con una tendenza ad avere emorragie (per esempio facilità ad avere lividi blu alle gambe o alle braccia, sangue dal naso, mestruazioni abbondanti o sanguinamenti dopo piccoli interventi chirurgici o odontoiatrici) o trombosi venose (cioè la formazione di coaguli, per esempio nelle vene profonde delle gambe o addirittura nei polmoni o nel cervello) devono accertare il perché di questi sintomi e avere dall’ematologo una diagnosi ed una terapia».

«La trombosi venosa e la sua prevenzione sono importanti: che cosa è necessario (e non è necessario) fare?»

Prof. Gringeri: «La trombosi venosa (detto anche tromboembolismo venoso) è l’ostruzione parziale o completa da parte di coaguli di vene superficiali o profonde o di arterie polmonari. È una malattia comune: ci sono ogni anno 1-2 nuovi casi ogni 1000 persone, e la frequenza aumenta con l’età, soprattutto dai 50 anni in su. Si presenta sotto forme non facilmente riconoscibili e rappresentano una vera e propria sfida diagnostica.
La buona notizia è che la trombosi venosa si può curare e si possono prevenire le ricadute e gli strascichi post-trombotici con una profilassi appropriata: la terapia anticoagulante. Questa terapia può essere poi mantenuta per alcuni mesi o per un periodo più lungo o indefinitamente a seconda dei fattori di rischio. L’ematologo si occupa proprio di valutare con il paziente rischi e benefici della terapia a lungo termine, oltre alla ricerca di condizioni genetiche che predispongano alla trombosi venosa».

«Che cosa il Centro di Sanità Solidale può offrire in più nel campo delle malattie del sangue?»

Prof. Gringeri: «Come si intuisce da quando detto precedentemente, le malattie del sangue possono avere cause diverse e persino più di una causa, con la necessità talvolta di indagini e terapie che coinvolgono più discipline della medicina. Un esempio: una anemia potrebbe essere causata da una carenza di ferro (che deve essere accertata), ma non basta dare ferro: diventa importante capire il perché di questa carenza. Se la causa fosse la presenza di un problema allo stomaco o all’intestino, il paziente potrebbe essere preso in carico dall’internista per la risoluzione del problema in collaborazione con l’ematologo. Se la causa fosse una eccessiva perdita con le mestruazioni, ecco entrare in gioco il ginecologo e via di questo passo.
Inoltre, il paziente viene monitorato durante tutto il percorso diagnostico e terapeutico e non semplicemente rimandato al Medico Curante con una diagnosi ed eventualmente un consiglio terapeutico».

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Intervista al Dott. Guidantonio Rinaldi, medico internista al Centro di Sanità Solidale

Nuova intervista ad un professionista del Centro di Sanità Solidale. Abbiamo incontrato in un ambulatorio del Centro il Dott. Guidantonio Rinaldi, medico internista.
Rispondendo alle nostre tre domande, ci ha permesso di comprendere meglio l’importanza della medicina interna.

«Dott. Rinaldi, la visita internistica ricopre un ruolo fondamentale in determinati casi per poter individuare un percorso diagnostico che porti ad una cura mirata e risolutiva. Ci può spiegare meglio quant’è importante questa branca delle medicina?»

Dott. Rinaldi: «La Medicina Interna è la disciplina specialistica che ha due obiettivi principali:

l’identificazione della malattia a partire dai sintomi e dai segni del paziente, che deve essere in primo luogo ascoltato e visitato con attenzione. Il paziente potrà essere curato direttamente dall’Internista o indirizzato a uno o anche più specialisti , per le patologie di loro competenza. L’ armonizzazione tra le consulenze così acquisite, ed il controllo del paziente nel tempo costituiscono il secondo obiettivo della Medicina Interna ,vera disciplina specialistica per i casi complessi».

«Il medico internista, per avere un quadro più chiaro dello stato di salute del proprio paziente, in molti casi si avvale dell’esame ecografico. Ci può parlare dell’importanza di questo approfondimento diagnostico?»

Dott. Rinaldi: «La Medicina Interna si avvale di strumenti diagnostici ormai irrinunciabili, e tra questi l’esame ecografico di primo livello, tradizionalmente limitato all’addome, ma ormai sempre più frequentemente esteso alla Tiroide , all’apparato circolatorio grazie al doppler, ed anche al torace. Rimangono di interesse specialistico l’Ecocardiografia, specie di secondo livello, l’ecografia mammaria, quella Ostetrico Ginecologica ed, in genere, quella endocavitaria (Ecoendoscopia, Eco prostatica transrettale)».

«La visita medica internistica può essere considerata come un check up di prevenzione primaria da effettuare ciclicamente ogni anno? E quant’è importante portare con sé i precedenti esami diagnostici?»

Dott. Rinaldi: «Certo, la visita internistica è strumento ideale per un protocollo annuale di check up e data la complessità delle patologie trattate in Medicina Interna, è fondamentale che il Paziente presenti tutta la documentazione sanitaria in suo possesso, per aiutare l’Internista a ricostruirne in modo affidabile la storia clinica».

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Intervista al Dott. Raffaele Domenici, pediatra al Centro di Sanità Solidale

Proseguono i nostri incontri con i professionisti del Centro di Sanità Solidale. In uno degli ambulatori del Centro abbiamo intervistato il Dott. Raffaele Domenici, responsabile della pediatria del Centro di Sanità Solidale. Gli abbiamo rivolto cinque domande.

«Durante l’incontro per la Healthy Ageing Week 2021 organizzato dalla Fondazione Ferrero è stato evidenziato dagli esperti presenti l’importanza di un corretto sviluppo e di sane abitudini nei primi 1000 giorni di vita del bambino partendo dal concepimento, in quanto permetterebbero di aumentare le possibilità di invecchiare in salute. Dott. Domenici, quali consigli può darci a riguardo?»

Dott. Domenici: «Un edificio solido deve avere delle fondamenta salde. Così è anche per l’organismo umano. A prima vista può sembrare strano che patologie che si manifestano in età adulta e anziana abbiano le radici nei primissimi periodi della vita, ma non è così. La rapida espansione epidemiologica di malattie croniche non trasmissibili, come le patologie cardiovascolari, quelle respiratorie croniche, le neoplasie, il diabete, ha focalizzato l’attenzione degli scienziati sui fatidici primi mille giorni di vita, periodo che va dal concepimento ai primi due anni di età. Esiste infatti una relazione tra nutrizione fetale e dei primi anni e patologie dell’adulto. Il rischio di sviluppare malattie non è determinato infatti solo da fattori genetici, ma dipende sensibilmente anche dall’ambiente e in particolare dalla nutrizione. La nutrizione nelle prime fasi della vita ha un impatto determinante sulla salute negli anni a venire in quanto condiziona crescita, sviluppo cognitivo, maturazione del sistema immunitario, composizione del microbiota intestinale.

Alcune semplici azioni possono aiutare a prevenire gravi rischi di diverso tipo (come malformazioni congenite, basso peso alla nascita, morte in culla, infezioni, traumi stradali, obesità e difficoltà cognitive e relazionali): assumere acido folico in gravidanza, non fumare, allattarlo al seno, mettere il bambino a dormire a pancia in su, proteggerlo con il seggiolino, fare tutte le vaccinazioni, leggergli un libro. Anche negli anni successivi è fondamentale rispettare stili di vita corretti, mantenendo una alimentazione varia ed equilibrata, evitando l’eccesso di bevande dolci e di alcol, non fumando, svolgendo attività fisica, perseguendo interessi culturali».

«Dott. Domenici, la febbre in età pediatrica è molto ricorrente, ma quando dobbiamo davvero preoccuparci? »

Dott. Domenici: «La febbre èil sintomo di una malattia e non è una malattia. Nel bambino, nella maggior parte dei casi, è associata ad una malattia infettiva. Tra i vari meccanismi di difesa cui l’organismo ricorre per proteggersi dall’aggressione di virus e batteri, c’è anche la febbre. Molti agenti infettivi, infatti, muoiono a una temperatura di 38-39 gradi: l’aumento della temperatura corporea a questi livelli contribuisce quindi a inattivarli ed è un segnale che l’organismo sta reagendo. In genere l’aumento della febbre non è una condizione pericolosa fino a quando si mantiene sotto i 40 gradi, se il bambino è lucido e reattivo. Segni che rendono indispensabile una rapida valutazione clinica sono:

  • età inferiore ai 6 mesi;
  • aspetto sofferente, sonnolenza, irritabilità, pianto flebile, disidratazione;
  • cefalea intensa, rigidità nucale;
  • temperatura oltre i 40°C;
  • difficoltà respiratoria (respiro frequente e superficiale);
  • convulsioni;
  • presenza di una malattia cronica (cardiopatiediabete, deficit immunitari, etc.);
  • associazione con altri sintomi (vomitodiarrea, eruzione cutanea, etc.).

«Le infezioni respiratorie ricorrenti (IRR) sono eventi acuti che condizionano la qualità della vita dei bambini. Qual è la prevenzione e la cura da mettere in atto per questo tipo di problematica?»

Dott. Domenici: «Nei primi anni di vita i bambini si ammalano molto: quanto più “si aprono” al mondo, tanto più sono esposti a contatti con agenti infettivi. Si parla di infezioni respiratorie ricorrenti (IRR) quando un bambino presenta:

  • più di 6 infezioni respiratorie all’anno;
  • più di un’infezione al mese delle alte vie respiratorie (naso, faringe, orecchie) tra settembre e aprile;
  • bambino con più di 3 infezioni all’anno delle basse vie respiratorie (bronchiti, polmoniti).

L’incidenza delle IRR è massima nei primi 3-4 anni di vita in concomitanza dell’inserimento all’asilo nido o alla scuola materna e diminuisce con l’aumentare dell’età del bambino. In genere si tratta di infezioni di modesta gravità, con naturale tendenza alla risoluzione spontanea. Oltre l’80% dei bambini non presenta più IRR dopo i 5 anni, senza conseguenze o esiti patologici nel tempo.

Esistono fattori facilitanti individuali e ambientali. Tra i primi vanno ricordati la particolare configurazione anatomica delle prime vie aeree nei primi anni, la fisiologica “immaturità” del sistema immunitario del bambino piccolo, la possibilità di sviluppare transitori deficit immunitari dopo gli episodi infettivi, che rappresenta un ulteriore elemento favorente, la familiarità per atopia/allergie. Tra i fattori di rischio ambientali si annoverano: la socializzazione precoce, il numero dei familiari conviventi, l’esposizione al fumo passivo. l’inquinamento ambientale, l’allattamento artificiale nei primi mesi di vita.

L’80% delle IRR ha eziologia virale e pertanto nella maggior parte dei casi non necessita di alcun trattamento, se non quello sintomatico con antifebbrili, antiinfiammatori, lavaggi nasali, eventuale terapia aerosolica. Nella maggior parte dei casi quindi la terapia consisterà nell’osservazione clinica e nell’adozione di interventi “igienici”. Si fa ricorso alla terapia antibiotica nei casi in cui si suppone una sovrapposizione batterica. Tale decisione spesso si scontra con le aspettative dei genitori: certamente le IRR interferiscono pesantemente sull’organizzazione familiare e lavorativa dei genitori., ma il rimedio taumaturgico non esiste.

E’ necessario informare, educare e tranquillizzare i genitori e i parenti sulla benignità e la transitorietà delle infezioni; eliminare o ridurre i fattori favorenti, sensibilizzando i genitori e i parenti per ridurre al minimo l’esposizione ai fattori di rischio ambientale; osservare un periodo di convalescenza adeguato dopo ogni episodio infettivo (almeno 15 giorni); non riammettere in comunità per un lungo periodo di tempo in caso episodi troppo frequenti».

«Dott. Domenici, la prima visita dal pediatra: quando è consigliabile farla, quali sono i documenti da portare con sé e quali informazioni potrebbero essere richieste dal pediatra?»

Dott. Domenici: «La prima visita dal pediatra dopo la dimissione dall’ospedale è consigliabile farla entro le 2-4 settimane successive. E’ importante che i genitori portino con sé la lettera di dimissione dall’ospedale sia della mamma che del bambino, in modo che il pediatra possa annotare nella propria cartella clinica i dati che ritiene importanti (età gestazionale alla nascita, tipo di parto, peso alla nascita, indice di apgar, risultato degli screening neonatali eseguiti in ospedale, eventuali cure somministrate al neonato, etc)

Sarebbe bene essere a conoscenza di eventuali malattie presenti nella famiglia del bambino ovvero i genitori stessi, i nonni materni e paterni, i fratelli, gli zii materni e paterni e i cugini. Prima della visita, informatevi quanto più dettagliatamente possibile riguardo alla presenza in famiglia di:

  • allergie: erbe, piante, animali, polvere, cibi, farmaci o altro;
  • malattie della pelle: eczema, psoriasi, vitiligine;
  • deficit visivi: miopia, ipermetropia, astigmatismo, strabismo, ambliopia o altro;
  • malattie cardiovascolari: ipertensione arteriosa, infarti, ictus, aritmie o altro;
  • malattie respiratorie: asma  o altro;
  • malattie gastrointestinali: reflusso gastroesofageo, celiachia , intolleranze alimentari o altro;
  • malattie neurologiche: convulsioni, epilessia, deficit psicomotori o altro;
  • malattie endocrine: diabete, ipo o ipertiroidismo, obesità;
  • malattie scheletriche: displasia delle anche, scoliosi, malformazioni.»

«Le allergie in età pediatrica. Quali sono le più frequenti e si può attuare una forma di prevenzione?»

Dott. Domenici: «le allergie più comuni sono quelle respiratorie (rinite, congiuntivite, asma) e quelle alimentari (dermatiti, orticaria, sindrome orale allergica, disturbi intestinali come vomito e diarrea, fino allo shock). Più rara l’allergia al veleno di imenotteri.

È stato dimostrato che vi è una base genetica dell’allergia. Mentre un bambino nato da genitori non allergici ha meno del 10% di probabilità di sviluppare allergia nel corso della vita, il figlio di un genitore allergico ha circa il 40% di probabilità di ereditare la patologia (soprattutto se ad essere allergica è la madre); tale percentuale sale anche fino all’70% nel caso in cui entrambi i genitori siano allergici ed abbiano lo stesso tipo di allergia. Ad essere eredita è in realtà l’atopia , la tendenza da parte del sistema immunitario di un individuo a rispondere ad alcuni stimoli esterni (allergeni) con la produzione preferenziale di anticorpi di tipo IgE: l’atopia è quindi la condizione predisponente allo sviluppo delle allergie.

Gli allergeni sono costituiti da sostanze presenti ad esempio nei pollini delle piante, sul pelo degli animali e nella polvere degli ambienti domestici. Appare, quindi, evidente che i meccanismi responsabili della allergia sono molto articolati e che eventuali interventi di prevenzione nei bambini a rischio possono avvenire a diversi livelli. Il primo livello di prevenzione delle allergie (prevenzione primaria) consiste nell’impedire che un individuo diventi allergico. Le strategie sono articolate su diversi aspetti, più o meno efficaci. Uno strumento “naturale” che sembra essere efficace nella prevenzione delle allergie è rappresentato dall’allattamento al seno: neonati allattati dalla mamma per un periodo più lungo presentano un rischio significativamente minore di sviluppare allergia nel corso dei primi anni di vita rispetto a quelli il cui allattamento ha una durata limitata o che sono stati alimentati con formula artificiale. In assenza di latte materno è stato proposto l’utilizzo di formule artificiali particolari (idrolisati) nei primi 6 mesi. L’introduzione di alimenti complementari (divezzamento) va impostata non prima del 5-6 mese. Qualche accortezza è necessaria per i tempi di introduzione degli alimenti più facilmente allergizzanti (uovo, pesce, grano, pomodoro), ma su questo punto non c’è un consenso unanime.

Le allergie sono aumentate nei paesi con stili di vita “occidentale”: è stato ipotizzato che le differenti condizioni ambientali ed abitudini di vita delle aree industrializzate (maggiore inquinamento atmosferico, uso estensivo di materiali sintetici, minore incidenza di patologie infettive per le migliorate condizioni igieniche, più ampia disponibilità di farmaci antibiotici) abbiano inciso in modo significativo sulla loro “esplosione”. Non è certo semplice intervenire su questi elementi, ma favorire la vita all’aria aperta in campagna fin dalle prime epoche di vita ha un effetto protettivo. Assolutamente vietato il fumo passivo. Nei bambini a rischio può essere utile eseguire una bonifica ambientale prendendo tutti i provvedimenti per impedire l’accumulo di polvere.

Va sottolineato il possibile ruolo protettivo svolto dalla flora batterica intestinale, naturale colonizzatrice di vaste aree dell’apparato gastroenterico ed alla cui formazione concorrono i batteri presenti sia nell’ambiente che nei cibi. Per questo è stato proposto l’uso di fermenti lattici, ma i risultati delle varie esperienze non sono concordanti.

È ancora controverso se l’esposizione ad animali domestici (cani, gatti, conigli) dei bambini predisposti all’allergia debba essere assolutamente evitata nei primi anni di vita. Per quanto riguarda il gatto pare anzi che i bambini atopici che sin dalla nascita vivono a stretto contatto con un gatto presentano un rischio di diventare allergici a questo animale significativamente minore rispetto ai bambini che vi entrano in contatto solo nell’infanzia o nell’adolescenza

La prevenzione secondaria consiste, una volta fatta diagnosi di allergia ed identificato l’allergene (o gli allergeni) responsabile nel cercare di evitarne il contatto con il paziente».


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I fisioterapisti del Centro di Sanità Solidale ci parlano di alcuni trattamenti che eseguono nella nostra struttura

Il trattamento delle cicatrici
Il trattamento delle cicatrici (chirurgiche e non) è uno degli aspetti meno conosciuti della pratica fisioterapica, in quanto molto spesso è un aspetto completamente dimenticato anche dagli addetti ai  lavori.
Diventa importantissima in questo ambito la precocità dell’intervento riabilitativo per impedire la formazione di aderenze cicatriziali, ipertrofie cheloidi che possono generare perturbazioni sul nostro sistema tonico-posturale; questo non significa che una cicatrice “vecchia” non possa essere trattata e neutralizzata, ma semplicemente che si ottengono risultati migliori (sia funzionali che estetici) se si inizia il trattamento a pochi giorni dalla lesione.

Una Cicatrice disfunzionale e perturbante per il sistema tonico-posturale, può alterare l’organismo a più livelli:

-posturale;

-muscolo-fasciale;

-linfatico;

-endocrino-metabolico;

-psicologico.

Dal punto di vista fisiologico, le aderenze più o meno profonde possono comportare limitazioni dei movimenti tissutali, viscerali e articolari ed è quindi necessario l’intervento terapeutico al fine di neutralizzare le interferenze cicatriziali.
Diventa fondamentale una chiara valutazione dell’interferenza provocata dalla cicatrice che consenta di stabilire quale sia la terapia più adeguata.
I trattamenti sono per lo più di carattere manuale e ci si avvale di strumenti quali il gua-sha, la coppettazione, il linfotaping, le microcorrenti (Microlab) e l’utilizzo di creme e medicazioni appropriate alla tipologia di cicatrice.

La lombosciatalgia
La lombosciatalgia comunemente definita anche come sciatica, è una condizione caratterizzata da dolore nella parte bassa della schiena che può irradiarsi lungo una gamba e fino al piede per infiammazione del nervo sciatico.
Alcune fra le cause più comuni della sciatica sono la protrusione e l’ernia vertebrale, intendendo con questi termini rispettivamente due fasi diverse nella quale il disco vertebrale dapprima protrude nel canale vertebrale ancora trattenuto da una struttura contenitiva legamentosa e poi finisce per rompere tale struttura per prendere contatto direttamente con strutture nervose creando irritazione.
Sintomi comuni di tali condizione possono essere la sensazione di bruciore, intorpidimento e formicolii, fitte o scosse, disturbi motori e della sensibilità nella zona precedentemente descritta.
Quello che sappiamo ad oggi è che il riassorbimento spontaneo di ernie lombari si attesta attorno al 67% e che, successivamente ad un adeguato inquadramento medico, attraverso un precoce trattamento riabilitativo è possibile già in fase iniziale ridurre le complicanze e l’abuso di farmaci ed avere sollievo dal dolore migliorando il benessere quotidiano.
Il trattamento fisioterapico di questa problematica verrà adeguato alla fase della patologia prediligendo trattamento manuali (come Rieducazione Posturale Globale, Osteopatia, terapia manuale) e strumentali nella fase più acuta ed in un secondo tempo dando spazio alla fase del recupero funzionale.
In questa seconda fase l’esercizio terapeutico acquista particolare importanza per permettere alla nostra colonna vertebrale di imparare nuovamente a gestire i carichi ed evitare nuovi episodi acuti.
Il trattamento riabilitativo ha come obiettivo il rinforzo e l’elasticizzazione dei muscoli del Core, addome e schiena attraverso Pilates Terapeutico, esercizi di controllo motorio, esercizi con sovraccarichi ed altri che vengono adeguati di volta in volta al livello del paziente.

Il MicroLab
La riabilitazione è un mondo in continua evoluzione sia da un punto di vista tecnico (con nuove metodiche e ricerche che vengono proposte più o meno regolarmente) sia dal punto di vista tecnologico con l’uscita costante di nuovi strumenti elettromedicali.Uno di questi strumenti di ultima generazione è il MicroLab che abbiamo nel nostro Centro da luglio 2021: è un dispositivo che permette di coniugare le capacità manuali del terapista all’utilizzo di un elettromedicale tramite l’impiego di specifici guanti conduttivi collegati direttamente al macchinario.Electra MicroLab è un dispositivo medico che utilizza microcorrenti di nuova concezione per il trattamento dei blocchi metabolici che causano dolore e inabilità funzionale. Può essere utilizzato per il trattamento manuale e automatico di tutte le affezioni muscolo-scheletriche e viscerali sia in fase acuta che cronica.Nella nostra esperienza clinica Microlab riscontra i maggiori successi nel trattamento del dolore acuto, dei processi infiammatori , degli edemi e degli ematomi (sia post chirurgici che traumatici). Inoltre, facilita ed accelera notevolmente i processi di guarigione di lesioni cutanee (piaghe,ferite chirurgiche), muscolari ed ossee.

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Intervista alla Dott.ssa Maria Eugenia Latronico, oculista al Centro di Sanità Solidale

Nuova intervista ad una professionista del Centro di Sanità Solidale: la Dottoressa Maria Eugenia Latronico, oculista.

Le nostre abituali tre domande, per scoprire qualcosa in più sul suo ambito di specializzazione.


«Dott.ssa Latronico, l’ambliopia o occhio pigro, cos’è?»

Dott.ssa Latronico: «l’ambliopia o “occhio pigro” è una riduzione della capacità visiva in un occhio, è spesso causata da una differenza tra i due occhi e questo disturbo colpisce 5 bambini su 100.

Le cause dell’ambliopia sono di tre tipi: strabica, anisometropica (differenza di refrazione tra i due occhi: ad esempio uno miope e l’altro ipermetrope) e da deprivazione, cioè quando lo stimolo visivo non riesce ad arrivare alla retina in modo efficace come accade per esempio a causa di una cataratta congenita o di ptosi palpebrale (palpebre cadenti).

L’ambliopia monolaterale, la forma più comune, può molto frequentemente non dare sintomi. Il bambino può non lamentare alcun disturbo alla vista, in quanto vede bene con un occhio e non si accorge di vedere meno con l’occhio pigro.

L’unico modo per fare una diagnosi è eseguire una visita oculistica.

Per curare l’ambliopia bisognerà curare la causa dell’ambliopia: ad esempio dare un occhiale nella forma anisometropica o operare lo strabismo nella forma strabica.

Successivamente , qualora il primo step non dovesse essere risolutivo, si potrà effettuare l’occlusione (bendaggio) dell’occhio sano, per stimolare la visione dell’occhio pigro.

Per quanto riguarda l’intervento correttivo, deve avvenire in età pediatrica (età plastica): se l’ambliopia viene diagnostica tardivamente è praticamente incurabile.

L’ambliopia si può prevenire eseguendo le visite oculistiche pediatriche nel giusto timing, permettendo così una diagnosi precoce, una cura repentina e una prognosi ottima con un buon recupero visivo del bambino ed un completo sviluppo nella visione nella maggior parte dei casi».

«Dott.ssa Latronico, ci parli dell’OCT, perché è così importante questo esame?»

Dott.ssa Latronico: «L’ OCT (tomografia a coerenza ottica) è un esame strumentale di imaging non invasivo che consente di visionare in modo dettagliato, con immagini ad alta risoluzione, la macula, i diversi strati retinici ed il nervo ottico.

L’OCT è ad oggi, nella pratica clinica, uno degli esami di elezione per lo studio delle degenerazioni maculari (maculopatia senile umida o secca), delle patologie retiniche che coinvolgono la macula (maculopatia diabetica, ipertensiva o in seguito a patologie autoimmuni o dovute ad uso di farmaci specifici) e delle patologie del nervo ottico ( es. glaucoma) mediante lo studio delle fibre nervose.

E’ un esame rapido, indolore, che può essere eseguito in pochi minuti ambulatorialmente senza l’uso di alcun mezzo di contrasto e privo di complicazioni.

Abbiamo in questo Centro la fortuna di avere questo strumento che è assolutamente all’avanguardia e che ci permette in pochi minuti di avere un quadro dettagliato della situazione del nostro occhio, essendo questo ad oggi un esame ritenuto quasi imprescindibile nella pratica clinica».

«L’uso quotidiano di dispositivi elettronici, lo smart working, la DAD come possono influenzare negativamente la nostra vista?»

Dott.ssa Latronico: «La nostra quotidianità è sempre più caratterizzata dall’uso di device elettronici di vario genere. Negli ultimi tempi, è aumentato significativamente il tempo trascorso davanti a PC, tablet e smartphone.

Il risultato è stato un aumento di casi di sindrome da occhio secco (dry eye) con i relativi sintomi più comuni che la contraddistinguono: arrossamenti, bruciore agli occhi, prurito, dolore, pesantezza nelle palpebre, occhi rossi (affaticati o dolenti), fotofobia, visione offuscata, sensazione da corpo estraneo “dentro” l’occhio, stanchezza visiva ed un importante discomfort oculare.

Le conseguenze dell’occhio secco vanno dall’irritazione lieve, ma costante,all’infiammazione significativa e persino alla comparsa di cicatrici sulla superficie anteriore dell’occhio.

Numerosi fattori possono aumentare il rischio di secchezza oculare: l’uso del computer o dello smartphone ci tende a far sbattere le palpebre in modo meno profondo e meno frequente con conseguente aumento dell’evaporazione lacrimale,l’uso di lenti a contatto, ma anche l’invecchiamento, la menopausa, una serie di molteplici patologie autoimmuni e l’uso di svariati farmaci.

Fortunatamente, esistono trattamenti efficaci se si soffre di secchezza oculare a livello cronico.

In molti casi, l’uso regolare di lacrime artificiali possono ridurre significativamente i sintomi dell’occhio secco.

Una visita oculistica permetterà un corretto inquadramento della patologia oculare e una corretta indicazione terapeutica per poter migliorare i sintomi, ma anche la qualità di vita del paziente.

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Intervista alla Dott.ssa Camilla Giordani, psicologa al Centro di Sanità Solidale

Nuova intervista ad una professionista del Centro di Sanità Solidale: la dottoressa Camilla Giordani, psicologa.

Leggerete una sua breve presentazione e le classiche tre domande che proponiamo ai dottori durante gli incontri che realizziamo al Centro.

“Dottoressa Camilla Giordani, laureata in Psicologia Clinica sta proseguendo la sua formazione presso la scuola di Specializzazione in Psicoterapia “Psicoumanitas”.
Utilizzo un approccio umanistico integrato, cioè un approccio non giudicante che considera il paziente nella sua totalità mente-corpo ed emozioni. In questa visione ogni persona viene considerata nella sua unicità e complessità.”

«Dott.ssa Giordani, quando è necessario rivolgersi allo psicologo? »

Dott.ssa Giordani: « La decisione di rivolgersi ad uno Psicologo non è  semplice,  spesso si pensa che intraprendere un percorso psicologico significhi essere matto, debole o incapace di cavarsela da solo quando in realtà a chiunque può capitare di attraversare un momento difficile, di aver bisogno di un aiuto per affrontare una situazione complicata. Direi che è necessario andare dallo psicologo quando non si riesce a vivere serenamente la propria quotidianità, quando insorgono difficoltà emotive o relazionali, quando i  problemi non sembrano migliorare nonostante i propri sforzi e l’aiuto di familiari e amici ».

«Dott.ssa Giordani,come si svolgono i primi colloqui?» 

Dott. Giordani: «Un percorso psicologico parte solitamente con una fase iniziale nella quale si cerca di creare con lo psicologo un quadro d’insieme della situazione attuale, una “fotografia”, che permetta di mettere a fuoco cosa ci ha portato a chiedere aiuto, i nostri vissuti e le nostre emozioni. Questa fase permette di andare a delineare i propri obiettivi, cosa si chiede e cosa si vorrebbe raggiungere attraverso questo percorso».

«Dott.ssa Giordani, una domanda che il paziente si pone spesso quando inizia un percorso con lo psicologo è: “quanto tempo ci vuole per farmi stare bene?”»

Dott.ssa Giordani: «A priori non è possibile stabilire la durata di questo percorso, in quanto dipende da molti fattori come la complessità della situazione e la gravità dei sintomi. Quello che è possibile, è parlare di un tempo minimo perchè i cambiamenti avvengano.  Già nei primi primi colloqui si può percepire la possibilità di essere aiutati e vivere con speranza il percorso di crescita personale. Dopo avere iniziato e proseguito con fiducia il percorso, un altro momento in cui è ragionevole aspettarsi un miglioramento duraturo, avviene nell’arco di qualche mese». 

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Presentiamo la dottoressa Sara Carucci, logopedista al Centro di Sanità Solidale.

La dottoressa Sara Carucci, laureata presso l’università degli studi di Firenze, si occupa di problematiche nella comunicazione e nel linguaggio con particolare riferimento all’età evolutiva.

Interviene nella valutazione e nel trattamento dei disturbi del linguaggio, dell’apprendimento e della deglutizione.

Creatività e passione si fondono nel suo intervento che mira ad essere personalizzato e specifico per ogni bambino avvalendosi anche del contesto del gioco.

Nello specifico, gli ambiti di lavoro riguardano:

  • ritardo del linguaggio
  • disturbo del linguaggio
  • trattamento disturbo specifico dell’apprendimento
  • balbuzie
  • disfonia infantile
  • deglutizione disfunzionale
  • screening e potenziamento dei prerequisiti agli apprendimenti scolastici

Cos’è la dislessia? Come fare per riconoscerla?

“Sono dislessico e quindi non sono intelligente“ è la tipica riflessione effettuata dai bambini che accedono ad una prima valutazione dopo anni di fatica in ambito scolastico. Ciò non è assolutamente vero, si tratta solo di un falso mito da sfatare…

La dislessia fa parte dei disturbi specifici dell’apprendimento (DSAp) ed interessa in maniera specifica l’abilità della lettura. Ciò vuol dire che il bambino, pur essendo intelligente, fatica in compiti di lettura risultando lento e/o inaccurato. Tutto questo può comportare ripercussioni sulla scrittura (ortografia) e sulla comprensione del testo scritto.

I campanelli d’allarme sono i seguenti:

  • Difficoltà nell’associazione lettera/suono con sostituzioni di lettere visivamente e acusticamente simili (es. p/b/d, f/v);
  • Inversioni di lettere;
  • Omissioni di lettere;
  • Aggiunte di lettere;
  • Errate anticipazioni;
  • Salti di righe;
  • Omissioni di parole;
  • Sillabazioni.

Tra gli indici di rischio della dislessia vi sono una storia di sviluppo del linguaggio alterato e la familiarità per DSAp.

La dislessia può essere diagnosticata alla fine della seconda elementare attraverso test specifici di lettura che prevedono la somministrazione di diversa tipologia di materiale standardizzato (parole, non parole e brano) al fine di quantificare i parametri di riferimento (velocità e accuratezza della decodifica). È in ogni caso necessario effettuare una valutazione cognitiva (quoziente intellettivo) proprio perché tra i criteri diagnostici è previsto un funzionamento cognitivo all’interno della norma.

Si può richiedere una valutazione anche prima della fine della seconda elementare qualora siano presenti difficoltà o fatica nell’acquisizione del processo della lettura per capire se il bambino si colloca in un’area di rischio. In tal caso è comunque possibile beneficiare di interventi di potenziamento.

In ambito scolastico il bambino con dislessia ha il diritto di usufruire degli strumenti compensativi e dispensativi previsti dalla legge 170/2010 che saranno selezionati sul singolo caso dal team docenti. In ambito extrascolastico, invece, potrà beneficiare di un percorso di trattamento volto a potenziare le proprie competenze di lettura.

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Intervista al Dott. Gennaro Chimenti, oculista al Centro di Sanità Solidale

Oggi vi presentiamo il Dott. Gennaro Chimenti, oculista presso il nostro Centro di Sanità Solidale.
Anche al Dottore abbiamo proposto tre domande di interesse comune.

«Dott. Chimenti, in cosa consiste la visita oculistica?»

Dott. Chimenti: «La visita oculistica viene suddivisa in più parti: la prima fase riguarda la raccolta dei dati anamnestici, quindi una serie di informazioni sullo stato di salute generale del paziente, prestando particolare attenzione a quelle che sono le malattie più comuni come diabete o ipertensione, che sono anche di interesse oculistico.
L’oculista prosegue con un esame obiettivo, che permette di verificare l’allineamento degli occhi, la loro motilità, lo stato delle palpebre.
Conclusi questi accertamenti, il paziente viene sottoposto all’esame alla lampada a fessura, un esame strumentale in grado di valutare la congiuntiva, la sclera, la cornea, l’iride, la camera anteriore e il cristallino. In aggiunta, utilizzando delle lenti addizionali, è possibile valutare anche la parte posteriore dell’occhio, quindi la retina e il nervo ottico.
Inoltre, l’oculista valuta il tono oculare o pressione dell’occhio; esegue l’autorefrattometria, per verificare eventuali difetti riconducibili alla miopia, ipermetropia, astigmatismo ed un esame dell’acuità visiva».

«Dott. Chimenti, quando fare una visita oculistica?»

Dott.Chimenti: «Ad oggi, il primo screening oculistico viene effettuato generalmente prima della dimissione del neonato dall’ospedale. Se questo controllo non viene eseguito, è altamente consigliabile farlo quanto prima, così da andare a valutare il riflesso rosso del fondo oculare e poter escludere problematiche di tipo congenite.
Una visita oculistica completa, andrà quindi eseguita entro i 3 anni di vita del bambino, prima dell’ingresso alla scuola materna, per escludere nuovamente difetti congeniti, cataratte congenite, tumori e verificare se vi è la presenza di un “occhio pigro”.
Se durante la prima visita non vengono riscontrati problemi oculistici, una seconda visita è consigliabile farla entro i 6 anni di vita, quindi prima dell’ingresso alla scuola elementare, e a seguire con una cadenza annuale o biennale, a seconda delle eventuali problematiche riscontrate.

Per quanto riguarda gli adulti, una visita oculistica annuale o biennale è consigliabile farla dai 40 anni in su, anche se la vista è ottimale. In quanto capita spesso che l’oculista, andando ad eseguire una visita strutturata dell’occhio, possa scoprire anche patologie a livello sistemico come ad esempio il diabete o l’ipertensione.
La visita oculistica effettuata regolarmente, permette anche di diagnosticare l’eventuale presenza di un glaucoma in uno stato iniziale, quando ancora non presenta sintomi riscontrabili dal paziente, ed evitare i gravi danni visivi, fino alla cecità, che questa malattia può comportare».

«Dott. Chimenti, qual’è l’intervento più effettuato in ambito oculistico?»

Dott. Chimenti: «L’oculistica è una branca della medicina che si sviluppa in ambito medico e, in maniera preponderante, nel campo della chirurgia.
L’intervento maggiormente effettuato al mondo è quello relativo alla cataratta, ma vengono effettuati anche molti interventi di chirurgia refrattiva per la correzione di difetti di vista.
Per quanto riguarda la cataratta, il problema si presenta quando si va ad opacizzare una lente nell’occhio chiamata cristallino. Tutte le persone subiscono questa opacizzazione, ma l’indicazione è di eseguire l’intervento al momento giusto e cioè quando la qualità di vita del paziente viene intaccata. Grazie a varie tecniche interventistiche innovative, anche con l’ausilio del laser, vi è la possibilità di impiantare lenti intraoculari (IOL) che permettono contestualmente anche la correzione di eventuali difetti di vista del paziente.

Altro intervento molto diffuso è la chirurgia refrattiva e attualmente esistono tre tipi di chirurgia mediante l’utilizzo del laser, che sono: la LASIK, la SMILE e la PRK. Questo tipo di intervento mediante il laser permette di correggere in sicurezza pressoché tutti i difetti di vista».

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Intervista alla Dott.ssa Rosalia Lisacchi, biologa nutrizionista al Centro di Sanità Solidale

Proseguiamo con le nostre interviste ai professionisti del Centro di Sanità Solidale.

Abbiamo rivolto le nostre domande alla dottoressa Rosalia Lisacchi, biologa specializzata in Scienze della Nutrizione Umana. Una nutrizionista orientata alla prevenzione e all’insegnamento di un corretto stile di vita e di una sana educazione alimentare, indispensabili per migliorare numerosi disturbi e, in alcuni casi, importanti malattie.

Le abbiamo posto 3 domande per conoscere meglio lei e la professione che svolge.

«Dott.ssa Lisacchi, come avviene il primo approccio con il paziente?»

Dott.ssa Lisacchi: «I miei pazienti si dividono spesso in due categorie: coloro che vogliono migliorare il rapporto con la propria immagine e quelli che invece sono affetti da patologie che richiedono l’intervento di una figura professionale specifica che possa migliorare la loro situazione di partenza. La prima visita è di fondamentale importanza perché permette di comprendere la problematica e di iniziare ad impostare una strategia per soddisfare l’esigenza del paziente.
Potremmo definirla una vera e propria intervista mirata, in cui il paziente fornisce elementi utili per la comprensione del problema. A questa seguono una serie di test e di valutazioni specifiche volte a definire la condizione di partenza del soggetto».

«Dott.ssa Lisacchi, molte persone sono spaventate dall’idea di intraprendere un percorso con una nutrizionista perché condizionate dalla parola “dieta”. E’ così?»

Dott.ssa Lisacchi: «Tantissime persone non attribuiscono il giusto significato a questo termine che viene esclusivamente associato alla perdita o all’aumento di peso e/o di massa muscolare. In realtà la parola “dieta” deve essere intesa come un percorso di educazione all’alimentazione sana ed equilibrata affinché il paziente possa trovare il giusto stile di vita. Proprio per questo motivo, non bisogna vivere la dieta in modo ossessivo e invalidante ma considerarla come parte integrante della propria vita, anche se questa esclude qualche dolce di troppo».

«Dott.ssa Lisacchi, cosa le piace del suo lavoro?»

Dott.ssa Lisacchi: «Intraprendere un percorso di sana alimentazione con un paziente è una sfida ardua, perché molto spesso bisogna andare a scardinare delle abitudini errate o dei falsi miti. Di solito, quando una persona tocca con mano i primi risultati che la aiutano a percepire che un processo di miglioramento è iniziato, cambia completamente la sua visione sull’argomento “dieta” e sulla figura del nutrizionista.
Mi piace essere utile alle persone perché la buona alimentazione è decisiva per la salute. Non c’è soddisfazione più grande del sentirsi dire: “Ho finalmente preso in mano la mia vita!”».

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