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Dolore persistente e fisioterapia

Le persone si rivolgono a me ed ai miei colleghi fisioterapisti, riportando spesso situazioni di dolore muscolo scheletrico.

In alcuni casi alla base del dolore c’è un trauma acuto, in altri è presente per recidive di un dolore passato, in altri ancora il dolore persiste e non abbandona la persona da diverso tempo.

La IASP (International Association for the Study of the Pain) definisce il dolore come “un’esperienza sensoriale e emozionale spiacevole associata a un danno tissutale, in atto o potenziale, o descritta in termini di danno”.

Sottolineo il termine “potenziale”.

E’ stato provato infatti che le persone possono avere dolore se c’è un danno, ma ugualmente possono non sentire alcun dolore con molti danni o molto dolore con danno minimo. Ciò si verifica anche nella messa a confronto di imaging radiografico o risonanza magnetica rispetto ai sintomi riportati dal paziente.
A volte sono presenti quadri di problematiche discale o degenerazioni di strutture ossee anche importanti in assenza di dolore manifesto.

L’esperienza del dolore infatti è influenzata da molti fattori e non solo dalla presenza di un danno tissutale.

Ciò è ancora più vero nel caso del dolore persistente, che è stato visto dipendere maggiormente da tanti altri elementi incluse le emozioni, le sensazioni, le cognizioni (ovvero le credenze sul dolore) e gli aspetti sociali (isolamento o mancanza di supporto sociale).

Questa interazione di più variabili viene  riconosciuta all’interno del Modello Bio-Psico-Sociale nel quale non solo l’esperienza del dolore,come detto sopra, ma anche la malattia e la salute in generale vengono attribuite all’interazione intricata di fattori biologici, psicologici e sociali.

Il dolore pertanto NON rappresenta sempre e solo
un danno (componente biologica).

Fisiologicamente gli stimoli dolorosi sono recepiti da sensori presenti nel nostro corpo chiamati nocicettori; essi inviano segnali di potenziale pericolo dal corpo al
midollo spinale attraverso i nervi.
I messaggi che inviano servono per avvisare la persona che forse dovrebbe fare qualcosa a riguardo.

Il midollo spinale a sua volta può esser visto come una centralina che può decidere se inviare il messaggio al cervello o abbandonare quel segnale nel midollo spinale.

In altre parole il cervello è come un capoufficio che può decidere cosa fare con il messaggio riportatogli dalla segretaria. Quest’ultimo può decidere per esempio che non vuole essere disturbato o che, in base a esperienze precedenti, il messaggio non è importante e pertanto può decidere di “mettere la chiamata in sospeso”.

E’ proprio a livello del cervello/capo che viene deciso a livello inconscio quanto tale chiamata è importante. L’importanza viene definita in termini di “minaccia” percepita in quel messaggio/stimolo doloroso.

Anche quando siamo seduti da tanto tempo, può accadere che i recettori si irritino e mandino un segnale che può portare la persona per esempio a cambiare posizione e tutto ciò si verifica in assenza di un danno.

La nocicezione è importante perché in alcuni casi è protettiva per esempio nel caso di un trauma acuto; dopo un infortunio sportivo infatti, almeno per i primi tempi è consigliato il riposo.

Nel caso del dolore persistente quello che accade è che tutti i messaggi che giungono dalla segretaria vengono identificati come importanti, prioritari… o in altri termini, ulteriori beghe anche minacciose che alzano la soglia di attenzione.

Magari alcune di queste beghe saranno state minacciose in passato o in altre occasioni e quindi necessitavano di maggiori attenzioni e precauzioni, ma anche se giungono messaggi o commissioni più contenute, tutte ed in modo indistinto creano allerta.

In altre parole il sistema si è sensibilizzato e diventiamo più suscettibili ad attività, movimenti o situazioni che erano tollerate in precedenza.

La sensibilizzazione è influenzata pertanto sia dall’irritazione dei tessuti recepita dai nocicettori, che da altri fattori come lo stress, il sonno, la catastrofizzazione (es. “non riuscirò più a fare lo sport di cui sono appassionato/a”), abitudini e stili di vita, posture che mantengono la sensibilizzazione, le credenze relative allo stato di salute del nostro corpo e le esperienze passate, la paura in generale e quella associata al movimento (“muovendomi rischio di aumentare il danno nei miei muscoli, ossa”) o l’ansia.

Premesso che ogni situazione debba essere valutata di volta in volta dal professionista, nel caso in cui la tua situazione risponda a quella di un dolore persistente caratterizzato da sensibilizzazione del sistema nervoso, che mantiene pertanto il dolore, è importante creare memorie o associazioni nuove attraverso il lavoro fisioterapico.

Ciò è possibile attraverso una esposizione graduale e supervisionata ad attività e movimenti che sono leggermente dolorosi e che saranno dosati e/o fatti svolgere in modo differente dal fisioterapista. Lo scopo di questo lavoro è quello di indurre nel tempo un nuovo adattamento dell’organismo con riduzione del dolore percepito.

Fonti bibliografiche Lehman G. “strategie di recupero”
www.iasp-pain.org

Dr.ssa Valentina Pedreschi Fisioterapista

 

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