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Intervista al Dott. Raffaele Domenici, pediatra al Centro di Sanità Solidale

Proseguono i nostri incontri con i professionisti del Centro di Sanità Solidale. In uno degli ambulatori del Centro abbiamo intervistato il Dott. Raffaele Domenici, responsabile della pediatria del Centro di Sanità Solidale. Gli abbiamo rivolto cinque domande.

«Durante l’incontro per la Healthy Ageing Week 2021 organizzato dalla Fondazione Ferrero è stato evidenziato dagli esperti presenti l’importanza di un corretto sviluppo e di sane abitudini nei primi 1000 giorni di vita del bambino partendo dal concepimento, in quanto permetterebbero di aumentare le possibilità di invecchiare in salute. Dott. Domenici, quali consigli può darci a riguardo?»

Dott. Domenici: «Un edificio solido deve avere delle fondamenta salde. Così è anche per l’organismo umano. A prima vista può sembrare strano che patologie che si manifestano in età adulta e anziana abbiano le radici nei primissimi periodi della vita, ma non è così. La rapida espansione epidemiologica di malattie croniche non trasmissibili, come le patologie cardiovascolari, quelle respiratorie croniche, le neoplasie, il diabete, ha focalizzato l’attenzione degli scienziati sui fatidici primi mille giorni di vita, periodo che va dal concepimento ai primi due anni di età. Esiste infatti una relazione tra nutrizione fetale e dei primi anni e patologie dell’adulto. Il rischio di sviluppare malattie non è determinato infatti solo da fattori genetici, ma dipende sensibilmente anche dall’ambiente e in particolare dalla nutrizione. La nutrizione nelle prime fasi della vita ha un impatto determinante sulla salute negli anni a venire in quanto condiziona crescita, sviluppo cognitivo, maturazione del sistema immunitario, composizione del microbiota intestinale.

Alcune semplici azioni possono aiutare a prevenire gravi rischi di diverso tipo (come malformazioni congenite, basso peso alla nascita, morte in culla, infezioni, traumi stradali, obesità e difficoltà cognitive e relazionali): assumere acido folico in gravidanza, non fumare, allattarlo al seno, mettere il bambino a dormire a pancia in su, proteggerlo con il seggiolino, fare tutte le vaccinazioni, leggergli un libro. Anche negli anni successivi è fondamentale rispettare stili di vita corretti, mantenendo una alimentazione varia ed equilibrata, evitando l’eccesso di bevande dolci e di alcol, non fumando, svolgendo attività fisica, perseguendo interessi culturali».

«Dott. Domenici, la febbre in età pediatrica è molto ricorrente, ma quando dobbiamo davvero preoccuparci? »

Dott. Domenici: «La febbre èil sintomo di una malattia e non è una malattia. Nel bambino, nella maggior parte dei casi, è associata ad una malattia infettiva. Tra i vari meccanismi di difesa cui l’organismo ricorre per proteggersi dall’aggressione di virus e batteri, c’è anche la febbre. Molti agenti infettivi, infatti, muoiono a una temperatura di 38-39 gradi: l’aumento della temperatura corporea a questi livelli contribuisce quindi a inattivarli ed è un segnale che l’organismo sta reagendo. In genere l’aumento della febbre non è una condizione pericolosa fino a quando si mantiene sotto i 40 gradi, se il bambino è lucido e reattivo. Segni che rendono indispensabile una rapida valutazione clinica sono:

  • età inferiore ai 6 mesi;
  • aspetto sofferente, sonnolenza, irritabilità, pianto flebile, disidratazione;
  • cefalea intensa, rigidità nucale;
  • temperatura oltre i 40°C;
  • difficoltà respiratoria (respiro frequente e superficiale);
  • convulsioni;
  • presenza di una malattia cronica (cardiopatiediabete, deficit immunitari, etc.);
  • associazione con altri sintomi (vomitodiarrea, eruzione cutanea, etc.).

«Le infezioni respiratorie ricorrenti (IRR) sono eventi acuti che condizionano la qualità della vita dei bambini. Qual è la prevenzione e la cura da mettere in atto per questo tipo di problematica?»

Dott. Domenici: «Nei primi anni di vita i bambini si ammalano molto: quanto più “si aprono” al mondo, tanto più sono esposti a contatti con agenti infettivi. Si parla di infezioni respiratorie ricorrenti (IRR) quando un bambino presenta:

  • più di 6 infezioni respiratorie all’anno;
  • più di un’infezione al mese delle alte vie respiratorie (naso, faringe, orecchie) tra settembre e aprile;
  • bambino con più di 3 infezioni all’anno delle basse vie respiratorie (bronchiti, polmoniti).

L’incidenza delle IRR è massima nei primi 3-4 anni di vita in concomitanza dell’inserimento all’asilo nido o alla scuola materna e diminuisce con l’aumentare dell’età del bambino. In genere si tratta di infezioni di modesta gravità, con naturale tendenza alla risoluzione spontanea. Oltre l’80% dei bambini non presenta più IRR dopo i 5 anni, senza conseguenze o esiti patologici nel tempo.

Esistono fattori facilitanti individuali e ambientali. Tra i primi vanno ricordati la particolare configurazione anatomica delle prime vie aeree nei primi anni, la fisiologica “immaturità” del sistema immunitario del bambino piccolo, la possibilità di sviluppare transitori deficit immunitari dopo gli episodi infettivi, che rappresenta un ulteriore elemento favorente, la familiarità per atopia/allergie. Tra i fattori di rischio ambientali si annoverano: la socializzazione precoce, il numero dei familiari conviventi, l’esposizione al fumo passivo. l’inquinamento ambientale, l’allattamento artificiale nei primi mesi di vita.

L’80% delle IRR ha eziologia virale e pertanto nella maggior parte dei casi non necessita di alcun trattamento, se non quello sintomatico con antifebbrili, antiinfiammatori, lavaggi nasali, eventuale terapia aerosolica. Nella maggior parte dei casi quindi la terapia consisterà nell’osservazione clinica e nell’adozione di interventi “igienici”. Si fa ricorso alla terapia antibiotica nei casi in cui si suppone una sovrapposizione batterica. Tale decisione spesso si scontra con le aspettative dei genitori: certamente le IRR interferiscono pesantemente sull’organizzazione familiare e lavorativa dei genitori., ma il rimedio taumaturgico non esiste.

E’ necessario informare, educare e tranquillizzare i genitori e i parenti sulla benignità e la transitorietà delle infezioni; eliminare o ridurre i fattori favorenti, sensibilizzando i genitori e i parenti per ridurre al minimo l’esposizione ai fattori di rischio ambientale; osservare un periodo di convalescenza adeguato dopo ogni episodio infettivo (almeno 15 giorni); non riammettere in comunità per un lungo periodo di tempo in caso episodi troppo frequenti».

«Dott. Domenici, la prima visita dal pediatra: quando è consigliabile farla, quali sono i documenti da portare con sé e quali informazioni potrebbero essere richieste dal pediatra?»

Dott. Domenici: «La prima visita dal pediatra dopo la dimissione dall’ospedale è consigliabile farla entro le 2-4 settimane successive. E’ importante che i genitori portino con sé la lettera di dimissione dall’ospedale sia della mamma che del bambino, in modo che il pediatra possa annotare nella propria cartella clinica i dati che ritiene importanti (età gestazionale alla nascita, tipo di parto, peso alla nascita, indice di apgar, risultato degli screening neonatali eseguiti in ospedale, eventuali cure somministrate al neonato, etc)

Sarebbe bene essere a conoscenza di eventuali malattie presenti nella famiglia del bambino ovvero i genitori stessi, i nonni materni e paterni, i fratelli, gli zii materni e paterni e i cugini. Prima della visita, informatevi quanto più dettagliatamente possibile riguardo alla presenza in famiglia di:

  • allergie: erbe, piante, animali, polvere, cibi, farmaci o altro;
  • malattie della pelle: eczema, psoriasi, vitiligine;
  • deficit visivi: miopia, ipermetropia, astigmatismo, strabismo, ambliopia o altro;
  • malattie cardiovascolari: ipertensione arteriosa, infarti, ictus, aritmie o altro;
  • malattie respiratorie: asma  o altro;
  • malattie gastrointestinali: reflusso gastroesofageo, celiachia , intolleranze alimentari o altro;
  • malattie neurologiche: convulsioni, epilessia, deficit psicomotori o altro;
  • malattie endocrine: diabete, ipo o ipertiroidismo, obesità;
  • malattie scheletriche: displasia delle anche, scoliosi, malformazioni.»

«Le allergie in età pediatrica. Quali sono le più frequenti e si può attuare una forma di prevenzione?»

Dott. Domenici: «le allergie più comuni sono quelle respiratorie (rinite, congiuntivite, asma) e quelle alimentari (dermatiti, orticaria, sindrome orale allergica, disturbi intestinali come vomito e diarrea, fino allo shock). Più rara l’allergia al veleno di imenotteri.

È stato dimostrato che vi è una base genetica dell’allergia. Mentre un bambino nato da genitori non allergici ha meno del 10% di probabilità di sviluppare allergia nel corso della vita, il figlio di un genitore allergico ha circa il 40% di probabilità di ereditare la patologia (soprattutto se ad essere allergica è la madre); tale percentuale sale anche fino all’70% nel caso in cui entrambi i genitori siano allergici ed abbiano lo stesso tipo di allergia. Ad essere eredita è in realtà l’atopia , la tendenza da parte del sistema immunitario di un individuo a rispondere ad alcuni stimoli esterni (allergeni) con la produzione preferenziale di anticorpi di tipo IgE: l’atopia è quindi la condizione predisponente allo sviluppo delle allergie.

Gli allergeni sono costituiti da sostanze presenti ad esempio nei pollini delle piante, sul pelo degli animali e nella polvere degli ambienti domestici. Appare, quindi, evidente che i meccanismi responsabili della allergia sono molto articolati e che eventuali interventi di prevenzione nei bambini a rischio possono avvenire a diversi livelli. Il primo livello di prevenzione delle allergie (prevenzione primaria) consiste nell’impedire che un individuo diventi allergico. Le strategie sono articolate su diversi aspetti, più o meno efficaci. Uno strumento “naturale” che sembra essere efficace nella prevenzione delle allergie è rappresentato dall’allattamento al seno: neonati allattati dalla mamma per un periodo più lungo presentano un rischio significativamente minore di sviluppare allergia nel corso dei primi anni di vita rispetto a quelli il cui allattamento ha una durata limitata o che sono stati alimentati con formula artificiale. In assenza di latte materno è stato proposto l’utilizzo di formule artificiali particolari (idrolisati) nei primi 6 mesi. L’introduzione di alimenti complementari (divezzamento) va impostata non prima del 5-6 mese. Qualche accortezza è necessaria per i tempi di introduzione degli alimenti più facilmente allergizzanti (uovo, pesce, grano, pomodoro), ma su questo punto non c’è un consenso unanime.

Le allergie sono aumentate nei paesi con stili di vita “occidentale”: è stato ipotizzato che le differenti condizioni ambientali ed abitudini di vita delle aree industrializzate (maggiore inquinamento atmosferico, uso estensivo di materiali sintetici, minore incidenza di patologie infettive per le migliorate condizioni igieniche, più ampia disponibilità di farmaci antibiotici) abbiano inciso in modo significativo sulla loro “esplosione”. Non è certo semplice intervenire su questi elementi, ma favorire la vita all’aria aperta in campagna fin dalle prime epoche di vita ha un effetto protettivo. Assolutamente vietato il fumo passivo. Nei bambini a rischio può essere utile eseguire una bonifica ambientale prendendo tutti i provvedimenti per impedire l’accumulo di polvere.

Va sottolineato il possibile ruolo protettivo svolto dalla flora batterica intestinale, naturale colonizzatrice di vaste aree dell’apparato gastroenterico ed alla cui formazione concorrono i batteri presenti sia nell’ambiente che nei cibi. Per questo è stato proposto l’uso di fermenti lattici, ma i risultati delle varie esperienze non sono concordanti.

È ancora controverso se l’esposizione ad animali domestici (cani, gatti, conigli) dei bambini predisposti all’allergia debba essere assolutamente evitata nei primi anni di vita. Per quanto riguarda il gatto pare anzi che i bambini atopici che sin dalla nascita vivono a stretto contatto con un gatto presentano un rischio di diventare allergici a questo animale significativamente minore rispetto ai bambini che vi entrano in contatto solo nell’infanzia o nell’adolescenza

La prevenzione secondaria consiste, una volta fatta diagnosi di allergia ed identificato l’allergene (o gli allergeni) responsabile nel cercare di evitarne il contatto con il paziente».


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